L'Italia uscì dai mondiali di Corea il giorno prima del mio scritto di Italiano.
Mi nascosi in cima alle scale della soffitta assieme alla gatta e ai quattro cuccioli di un mese, incazzata nera. Avevo visto tutte le partite negli intervalli di studio: sveglia alle otto e mezza, primo tempo, alle nove a studiare, pausa alle dieci per vedere il risultato, a studiare di nuovo, primo tempo della seconda partita, studio. Pranzo. Primo tempo delle altre partite. Riposino. Alle tre di nuovo sui libri.
Lo schema era di due materie al giorno; la mattina quelle scientifiche, il pomeriggio quelle umanistiche. Con la testa fresca le nozioni ostiche della matematica e della fisica entravano meglio in circolo; il pomeriggio mi lanciavo nelle mie materie preferite.
Prima il dovere e poi il piacere.
Sulla Rupe c'è la tradizione che i maturandi si ritrovino in piazza del Duomo a prendere la granita al caffè nella gelateria storica. Tutto il paese a guardarci mentre intasavamo la gelateria e i gradini del Duomo di supposizioni e teorie per affrontare la mattina seguente.
Compagni di classe, di liceo, di altre scuole, tutti lì.
Anche chi veniva dai paesi limitrofi e si era sballato venti, trenta, anche quaranta chilometri in macchina per il sacro rito collettivo.
Era il 18 giugno anche allora e avevo le mestruazioni, la mattina della prima prova scritta. O forse mi confondo. Avevo i miei pantaloni preferiti, azzurro cielo pieni di brillantini, una maglietta blu nuova, i capelli lunghissimi con una sciarpina freak a tenerli indietro. Mi inchiodarono nel primo banco davanti alla cattedra, quello che avevo sempre avuto durante i compiti in classe. Scelsi il tema di argomento storico. Con la mia alleata di scuola, Sara, ci scambiammo le belle copie e ricorreggemmo i rispettivi saggi.
La seconda prova, fisica, l'ho quasi rimossa.
Mi stava sul cazzo il prof ma riuscii a sfangarla grazie a Sara, che mi passò un pezzo di esercizio su cui mi ero arenata.
La terza prova fu comica e passai inglese e storia a macchia d'olio per la classe, ricevendo matematica e scienze. Ventiquattro compiti semi-uguali di inglese. La prof debitamente fece finta di niente durante le correzioni, sapendo benissimo che il nucleo delle risposte era partito da me.
Mio padre seppe il risultato degli scritti prima di me.
D'altronde essere il vicepreside del mio liceo non era una sua colpa.
(Era un mio problema però, e lo fu per cinque anni).
Comunque, quarantuno.
E venti punti di credito.
La strada per il cento era spianata.
L'orale lo diedi il nove luglio; la mia classe era rimasta per ultima a causa dei sorteggi per l'assegnazione delle commissioni.
Il caldo soffocante della scuola. Le nove di mattina sul fedele swatch irony. La gonna nera di lino, lunga e frusciante, da zingara, con la maglietta rossa scollata e la fascetta elastica nei capelli, le ciabattine rosse. L'entrata disinvolta verso la commissione.
Avevo una tesina coi controcoglioni sul viaggio e avevo portato tutta la resistenza italiana, leggendomi, unica in classe, Il partigiano Johnny e Sulla strada di Kerouac. Discettai su tutto lo scibile che riusciva a fiorirmi in bocca.
Dopo l'ultima domanda mi voltai: avevo un uditorio di tutto rispetto. Mai s'era vista tanta gente ad un singolo orale, incluso il presidente di commissione. Fuori della porta passeggiava mia madre, che faceva finta di niente, troppo emozionata anche solo per entrare ad ascoltarmi.
Tre giorni dopo, pieni di telefonate con Sara, di supposizioni, di dischi ascoltati, un giorno a sfruculiare mio padre che naturalmente sapeva già il risultato, pregandolo alternativamente di dirmelo o di levarsi quell'espressione del cazzo dal muso, tre giorni dopo uscirono i quadri.
Cento.
Cento centesimi.
Via in macchina verso Bologna a trovare mio fratello, correndo a centoquaranta sulle buche della E45. Verso l'estate più leggera dei miei ricordi.