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martedì, 17 giugno 2008

Listen, feel

Ascoltare un disco è come fare uno striptease dell'anima (Santo Piazzese)
Ci sono dei dischi che necessitano un pedaggio, e non tutte le volte si ha voglia di pagare quel pedaggio. (Enrico Brizzi)


Sera solitaria.
D'estate, magari.
Con l'aria intiepidita di profumi, di odori, di voglie, di pensieri e di domande.
Allungata sul divano o contorta in poltrona, le cuffie sulle orecchie, niente luce; solo i led dell'amplificatore e del lettore a illuminare il buio della sera, il verde acido dei secondi scorre placido sul display.
Se fumassi, terrei il ritmo a boccate di sigarette; essendo priva di questo vizio basilare, mi devo accontentare di mordicchiare una matita svogliatamente.

E' Abbey Road che ascolto, nella notte estiva.
Un disco che non mi stanco mai di sentire.
Son belli tutti i dischi dei Beatles, li ascolto sempre con passione.
Il White Album richiede molto tempo e concentrazione, per esempio; Rubber Soul ti fa capire l'evoluzione della loro musica; Sgt. Pepper è un concept album mostruosamente intenso; Revolver ha l'imperfezione omogenea del capolavoro che è.
Abbey Road, però, è perfetto. Indiscutibile. Scisso in due anime, la definita e la creativa, perchè dopo Here comes the sun, con la sua freschezza, ingenuità, tenerezza, comincia il delirio della suite multiritmo, delle sovraincisioni, delle registrazioni mandate al contrario, dei deliri dei musicisti che ci hanno suonato.
Abbey Road ti fa stare lì a capire quanta percentuale di ogni singolo Beatle ci sia in ogni pezzo. Ad esempio, Oh Darling è un pezzo totalmente Paul. Non si discute: la melodia elegantemente semplice, il ritmo saltellante del pianoforte, la facilità di ascolto. Il blues di I want you (she's so heavy) invece è Lennon, puro Lennon. Ipnosi momentanea sul giro di chitarra, la melodia sporca della voce calante, il ripetersi ossessivo delle parole, l'uso disfatto dei distorti.. c'è un gusto perverso nel cogliere le sfumature attraverso il volume del disco, tentando di sentire le dissonanze, le stonature, la pulizia dei suoni.
Riuscire a ricantare Something con la stessa capacità understatement di George Harrison, senza barocchismi eccessivi e sbrodolamenti, è qualcosa che difficilmente sarà ripetibile. Something è una canzone di velluto, morbida, accogliente: un canto d'amore di una sincerità disarmante.
Come together, probabilmente il pezzo più coverizzato (male) di tutti i tempi. Tutti si misurano con Come together e nessuno riesce mai a ricantarlo con la sfrontatezza stonata e ruvida di Lennon. Cappellano tutti, a coverizzare Come together. E' un pezzo impossibile da fare senza tecnica, e al tempo stesso non può essere cantato a prescindere dall'incredibile ironia che si trascina dietro quel ritmo. E quell'assolo, quattro note stiratissime su cui tutti i chitarristi perdono le dita. La batteria che percuote il cuore con il colpo sul tom. Il basso avvolgente.
La morbidezza dell'arpeggio di Here comes the sun, una canzone che sarebbe capace di tirarti fuori dal letto anche nel pieno della disperazione (un pò come Dear Prudence, che però sta sul White Album. Si potrebbe mettere su una compilation antidepressiva, ora che ci penso); Here comes the sun è uno di quei pezzi che fa bene al cuore.
Le sovraincisioni armoniche vocali di Because. Il piano tondo di You never give me your money, coi suoi cambi di tempo e la voce di Macca che ti fa una lezioncina di intensità. Sun King, che non ho mai capito ma mi fa ridere, e ha una linea di basso eccitante. Mean Mr Mustard e il testo surreale. Il rocknroll mersey di Polythene Pam. L'urlo di She came in through the bathroom window. Golden Slumbers, le lacrime su Golden Slumbers, perchè non emozionarsi sulla voce di Paul e gli archi di Golden Slumbers è inumano. Carry that weight, che ti fa cantare.
E poi lei, The End.
And in the end the love you take is equal to the love you make.
Basterebbe questo a chiudere in perfezione una serata che si preannunciava densa di pensieri.
Poi ecco Her Majesty, la scanzonatezza ironica tipicamente inglese.
Repeat.
Di nuovo Lennon, di nuovo Come together.
Si ricomincia con la catarsi.
Nella notte estiva, senza pensieri, l'ipnosi di un disco.
suonato e cantato da Ari alle ore 18:27 | link | commenti (5)
in songs in the key of life, tandemblog

Commenti
#1   17 Giugno 2008 - 18:31
 
E il primo tandempost è andato. Chissà che l'iniziativa non piaccia.

Grosso album quello da te descritto così meravigliosamente. Grosso, è la parola giusta.

Griso.
utente anonimo

#2   17 Giugno 2008 - 18:31
 
Ecco, qui scatterebbe il limone duro donna. Per dire.
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#3   18 Giugno 2008 - 09:21
 
Era da un po' che stavo valutando l'ascolto attento dei Beatles e con il tuo post mi hai definitivamente convinta. Qualunque cosa ne uscirà sarà anche merito (o colpa?) tuo, sallo.
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#4   18 Giugno 2008 - 09:37
 
Ju, all'alba dei 30 anni era pure ora eh...santodio.

[in questo senso è un bene che il tuo firewall ti impedisca di lumare i miei video home made...]
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#5   18 Giugno 2008 - 16:59
 
Questo è il tuo post più bello di sempre. Punto.
Una chicca. Frank Sinatra, cioè non l'ultimo dei coglioni, definì "Something" la canzone d'amore più bella del secolo. Ho letto questa cosa circa dieci anni fa. E son dieci che non smetto di essere d'accordo.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente JohnnyDurelli

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