A volte è proprio bello reinventarsi nelle parole degli altri.
In linea d'aria, Botafogo è a metà strada tra il Corcovado e il Pão de Açúcar. Sfavillanti di luce nel cielo azzurro come non mai, oggi, mentre passeggiavo per smaltire la solita combinata salgado+refresco.
Nella stanza che sdoppio con la Bambi le pareti sono del colore del mare. I magneti pop fioriscono in una curva metallica, ma manca una scelta di foto con cui impreziosirli. I vestiti riposano, un pò sgualciti, in un armadio zafferano in legno profumato. Il sonno notturno è cullato da una mappa giallo carico del Brasile, dalla mia onnipresente volpe di peluche e dal sacco a pelo vintage di mio zio, in tinta blu con il resto della stanza.
La mia maglietta giallo carioca ha subito un trattamento blu batik d'urto in lavatrice; due giorni in ammollo nel vanish e si è smacchiata. Peccato che al successivo lavaggio si sia malamente combinata con del rosso mattone. Non è proprio il suo destino, quello di restare gialla.
Mi sono iscritta a facebook. Con nome e cognome, con la mia faccia e il fardello di cazzate che mi porto in spalla come una fedele carogna. How to disappear completely and never be found.
Ho riempito di passi strascicati nelle ciabattine di paglia tutto l'Aterro do Flamengo, oggi, nel giallo del sole e nell'azzurro del cielo, balançando nei jeans blu più vecchi e stracciati che possiedo. Col vento tra i nuovi fili dorati dei miei capelli sugli occhi chiusi, ho fatto pace con la parte più inquietante del mio desassossego.
Trasferimento a Casa Botafogo avvenuto
Mode zdaura in pulizia on
Torno con le foto
Appena le mani fuse di candeggina si riprendono
Pago.
Pago affitti, bollette, storni di vecchi conti, sospensioni del tempo, spostamenti in corso.
Pago.
Reais su reais che si estinguono come incendi dolosi e rapidi, bruciando le speranze di concedermi qualche svago. Solo doveri e mezzi pubblici, se si esclude il prezzo minimo e contrattato del minibikini nuovo, che Copacabana e le sue nuvole non mi permettono ancora di sfoggiare.
Pago.
Il mio conto in banca urla come una ferita su cui abbiano sparso del sale grosso.
Ma tranquilli, pago.
(E mi spiego perchè per il visto mi abbiano chiesto il 740 dei miei: BancaCasa per i primi mantenimenti, claro.)
Se vi andasse di contribuire alla mia sopravvivenza, onde evitare di dovermi affiliare ai viados e alle puttane discrete che popolano la Lapa, basta scrivermi.
Purtroppo non sono figa e intelligente come Dania, nume tutelare per le iniziative di autosostentamento; però vi assicuro che la mia carta di credito sarà felice di volervi taaaaaaaaanto bene e io sarò felice di inviarvi una bella cartolina da aggiungere alle vostre collezioni di ricordi (oltre questo non posso promettere, mi spiace).
Attendo responsi.
Aaaaah le serate alcoliche a Lapa.
Aaaaah le slumate di occhi-sorrisi.
Aaaaah le chiacchiere alcoliche contro il banco della cucina.
Aaaaah mò me ne vo a letto.
Addio passeggiate mattutine e colazioni col risveglio lento: sono iniziate le lezioni.
L'enorme campus della UFRJ è in culo ai lupi, per cui la mattina bisogna alzarsi ad orari antelucani, sotto un cielo mollemente coperto e con l'umore grufolante sonno. Quaranta minuti di autobus costeggiando la zona Nord e il puzzo acre della sua palude; le favelas riempiono con meste casette di mattoni scoperti tutti gli spazi possibili, accavallando i tetti di lamiera a sfolgoranti cartelloni pubblicitari.
Quello che il mondo chiama contrasto, il Brasile lo chiama Rio de Janeiro.
Per ora frequento troppi corsi, in attesa di valutare quelli che mi interessano veramente. Bisogna capire i funzionamenti delle facoltà ed essere divisa tra due dipartimenti completamente diversi non aiuta il mio già difficile status di studentessa straniera, ma per fortuna i brasiliani sono un popolo straordinariamente gentile e paziente. Per cui si chiede a destra e a manca, con notevoli figure da turista, in un portoghese un pò zoppicante e troppo lusitano, alla ricerca dell'accento carioca perfetto per la mimesi definitiva.
Mi vergogno sempre a parlare, i primi tempi: ricordo la lingua legata in Portogallo e le comunicazioni difficoltose coi miei stessi coinquilini, con cui optavo per l'inglese. Nel corso degli anni ho affinato molti altri aspetti dell' "animalità" sociale, ma resta la timidezza iniziale; il fatto è che carburo lentamente come i trattori -a volte ne ho anche la delicatezza fisica-, per cui mi ci vuole un pò a prendere il giusto regime di moto.
(Rumore di motore di John Deer che si accende e va su di giri.)
C'è da dire che i miei bioritmi ne guadagnano in orari umani e pasti regolari: la comida ao quilo ha perso la sua attrattiva di abbuffata e mi limito ad eccedere in verdure. La cucina brasiliana ha un apporto proteico pari alla dieta sotto sforzo di un pallanuotista olimpico: solitamente il piatto tipico è riso bianco, fagioli neri, insalata, pomodori, farofa e carne arrosto con l'uovo sopra.
Proprio una cosa leggerina, da spiaggia e trenta gradi giornalieri.
Però ai succhi di frutta naturali non resisto, e nemmeno alla frutta in sé: vuoi mettere spaccare una papaya e giocare con tutti quei semini neri?
Vuoi fare il giro panoramico di Rio de Janeiro spendendo solo 2,10 reais (circa 90 centesimi di euro)?
Prendi il 474 da Copacabana e sentiti rispondere "afermativo" alla tua domanda se il suddetto vada all'aeroporto internazionale Galeão; arriva al capolinea dopo un'ora e mezza di sbomballamenti sulle strade della pittoresca, odorosa e popolare Zona Norte; ridi coi "motoristi" perchè danno indicazioni sbagliate; scendi a Engenho Novo senza aver visto mezzo terminal.
Monta su un altro autobus che almeno non ti fanno pagare; attendi riconferma che vada all'aeroporto; scopri che non ci va; comincia a ridere ripassando per le stesse zone di prima; all'altezza del Centro scendi e fottitene della seconda visita alla Polícia Federal, meglio andare a turisteggiare.
Ecco qua il tour di Rio più economico che potessi volere!
E la sera, la magia: cantare in gruppo multinazionale "Chega de saudade" e "A garota de Ipanema", con un tamburello, sulle Escadinhas de Santa Teresa, in una notte di venerdì.
Adesso davvero.
Mi rendo conto di non aver ancora scritto una singola riga sui miei compagni di viaggio; imperdonabile, visto che spesso e volentieri penso in prima persona plurale.
(il fatto che sia megalomane non c'entra, stronzi)
La politica degli affitti carioca ci ha costretti a cercare una casa per quindici giorni, prima di trasferirci in quella che sarà la definitiva. Per cui, sacrificando falsi pudori e spazio, noi due donnine e l'ometto ci siamo ristretti in un "sala-quarto" cari(ni)ssimo a Copacabana, dove girelliamo per casa in mutande ed esaminiamo le ricrescite di peli e capelli, sperando di riuscire ad alzarci presto la mattina per una salutare corsetta sul lungomare.
Io, l'antisport per eccellenza, spero di invertire questa brutta abitudine e concedermi, almeno i primi tempi, una passeggiata ogni mattina. D'altronde i brasiliani adorano la bunda e io sono fiera proprietaria di una di esse, vogliamo non esaltarla al massimo?
Altro che marmo.
Intanto ci godiamo gli ultimi giorni di vacanza, una connessione finalmente stabile, una casa nuova, tante serate da passare insieme.
I luoghi di viaggio son più belli se li vedi con le persone giuste, e io credo di essermi scelta due splendidi esemplari per questo Brasile.
Esce il sole e ci si sente subito meglio, a passeggio sull'Avenida Atlântica dove vorrei tanto incontrare Chico Buarque -dicono ci stia spesso, da quelle parti-. Le guance si arrossano, l'odore di salgados riempie l'aria frizzante di sale e viene da ridere pensando che per loro questo é l'inverno.
Io non mi abbronzo manco d'estate, figuriamoci d'inverno; eppure ora ho un colore roseo vivo che é una meraviglia, quasi non mi riconosco. Ho anche i capelli schiariti e impazziti nel vento: a breve sperimenteró l'arte cabeleira brasiliana (questo sí che si chiama essere impavide).
Non ho ancora sfoderato la macchina fotografica; ci sará tempo per le istantanee. Adesso ci si adegua ai ritmi rallentati di Rio, sorseggiando açái e lasciandosi cullare dall'Atlantico.
Rio ha deciso di accoglierci con due giorni di pioggerella e umiditá a sfare.
Peró che meraviglia girare l'angolo e incontrare, nello squarcio azzurro, il Cristo Rei.
Sono fiera proprietaria di un numero di cellulare della Tim Brasil. E dire che avevo giurato guerra a Tronchetti Provera.
Sono desterrada ma mi sento abbastanza bene, mal di testa da aria condizionata permettendo.
Lasciate saluti e raccomandazioni qua sotto, che intanto io annuso l'aria satura di fumo da churrasco e decido di aprire lo stomaco.
La pioggia sulle braccia scoperte. Il freddo umido dentro la seta del vestito. I sogghigni sottesi. Leffe e Menabrea, che voi siate benedette. I discorsi allegramente auto-ironici. Gli aneddoti di aggiornamento e ricostruzione, perchè le riunioni non si fanno solo per salutarsi. Sapere che esistono le pulci di mare e contarne le punture sul dorso sagomato di mani che parlano. Il dente del giudizio nella sua pulsazione di carne. I sorrisi complici delle bambies. Sailor Moon, Legolas e Harry Potter (non la potete capire). "Ricordati di non scendere mai sotto i venti". Cercare una macchina che non si troverà, giocare a rincorrersi, i tonfi delle suole sotto il portico lungo di rimbombi. Il sollievo di un abbraccio pacificatore. Guardare il lavoro altrui. Bere birra in una nuvola di fumo maschile parlando di tempi fortunosamente passati. Meritarsi un complimento, un saluto, una raccomandazione. Un bacio inaspettato. Scaldare una notte fredda con odori e sussurri. Disattivare ciò che non serve più.
E infatuarsi di due spalle da rocker il giorno prima di partire.
Yesterday
all my troubles seemed so far away
love was such an easy game to play
now I need a place to hide away
oh I believe in yesterday.
(The Beatles)
E siamo a meno tre.
Mercoledì mattina l'Italia dissolverà sotto le nuvole, lasciando posto all'oceano più blu e poi a nuove coste da esplorare con l'occhio attento e curioso del turista a lungo termine (o dell'abitante per breve tempo, a seconda dei punti di vista).
Sono stranamente poco preoccupata e stressata, se si esclude la pulsazione nervosa dell'occhio destro che ogni tanto fa una rullata di palpebre, ma per il resto sto bene.
Sei mesi che voleranno al di là dell'Atlantico. Sei mesi da vivere in fondo.
Come sto? Meglio. Quasi bene. Rinfrancata si può dire? Allora lo dico.
Come mi ci voleva tornare a vivere.
There will be time again for me and you
But we just can't stay together
Don't you feel it too?
Still I'm glad for what we had
and how I once loved you.
(Carole King)
A saperle, le risposte a quelle domande te le darei.
Esistono le canzoni che parlano per me. Ne costruisco collages che illuminano l'indecifrabile, canticchio sottovoce, penso ad espressioni, monto sequenze immaginarie.
Tutto lì, nella mia testa.
Perchè renderlo vero è pericoloso e sto tentando di ponderare quanto potrò farmi male.
D'altronde sono una donna dalle reazioni lente, con l'innata paura di sbagliare, un'impulsività della madonna e l'eterno rimorso di aver sbagliato decisione.
Vammi a capire.
Ma a saperle, le risposte a quelle domande te le darei. Ai tormenti che forse non lo sono. A quelli che sembrano sensi di colpa e forse lo sono. (E pecco, pecco di sostituzione di giudizio, cazzo, la sostituzione di giudizio è un vizio che ci accomuna ancora, temo).
A quella speranza cui sorrido nostalgica, pensando a quando riponevo in lei la mia vita.
A tutte quelle righe che ronzano nella mia testa come un nugolo di calabroni particolarmente incazzati, come un'amplificatore prima del feedback, e mi pungolano di pensieri di cui non riesco a liberarmi.
Vorrei dartele, quelle risposte.
Vorrei darmele.
A saperle, le risposte a quelle domande ce le darei.
Sonno mattutino di calci al materasso, di trottole umane. Gli occhi ammirano una prospettiva nuova dall'altro lato del letto, ricordi permettendo. Scivolo sulle lenzuola blu, il vento tra le dita dei piedi. Lascio un piccolo sorriso di buongiorno alla mia immagine nello specchio e allo Snoopy fiorito sulle culotte nerosbiadito.
Get born e Ok Computer. Una pioggia fitta e lieve cade dalla perla sfumata del cielo. L'odore dolce e marcio della terra bagnata nel profondo dei polmoni, il vento che si fa freddo ma mi tengo la pelle d'oca sulle cosce, non chiudo la finestra.
Pensieri furiosamente inquieti, belli da distillato di paura, nella terra desolata delle pareti spoglie, inscatolando mesi e anni di piccoli significanti.
I vecchi jeans spaccati sotto il culo. Il vento che illanguidisce le fiamme di tre candele. Vasco recita e canta. I piedi anneriti di polvere sui mattoni caldi del balcone. L'odore di stratificazioni di deodorante sulla maglietta. Il vento tra le foglie macchiate dal sole. Con me non devi essere niente. La lamiera grigia e vissuta della macchina. Trasformiamo questa città in un'altra cazzo di città. Rettangoli spessi nella borsa. Il taglio del sole sul vetro. Il pulviscolo nel prisma. Con un alito tremendo ti ho sussurrato all'orecchio il sorriso del buongiorno. Un intreccio di mani sotto le lenzuola blu e rosse. Le gobbe del materasso contro la schiena. Il pensiero. Guarda quanto siamo friabili. La saliva asciugata sulla cicatrice. La voce modulata. Stentare una risata. Le zanzare banchettano col mio sangue. Perchè non ci siamo mai rincorsi come nei film melodrammatici di merda.